La storia delle cose

«The story of stuff » è un documentario pubblicato on line il 4 dicembre 2007 da Annie Leonard. L’autrice – ex attivista di Greenpeace – racconta come il ciclo di produzione dei beni di consumo – un sistema lineare che prevede risorse virtualmente infinite – non sia sostenibile dal pianeta terra. Il documentario tratta delle diverse parti del ciclo di produzione degli oggetti - estrazione, lavorazione, distribuzione, consumo, smaltimento – mettendo in luce i problemi ecologici ma anche di giustizia nei confronti dei produttori. Annie Leonard è stata criticata per la poca obiettività e lo spirito decisamente anti-americano: il documentario richiede uno sguardo critico (la situazione descritta è in effetti quella delle multinazionali americane, non necessariamente identica alla situazione di altri paesi) ma gli spunti lanciati sono decisamente interessanti.

Buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=fZdGPRThjrA/

 

Il cibo che viaggia: idee per mangiare sano e inquinare meno.

frutta_verdura

Il banco ortofrutta del supermercato è sempre coloratissimo e invitante. Pomodori, mele, kiwi, arance e angurie sono lì ad aspettarci in ogni stagione. Buoni per la tavola, ma qual è il costo che il sistema terra ha pagato per permetterci di mangiare i mandarini a luglio quando i frutteti del sud Italia hanno smesso di produrli a marzo?

Probabilmente il nostro mandarino arriva dalla Spagna o dalla Turchia e per arrivare sulla nostra tavola ha macinato un bel po’ di chilometri. Pensiamo allora ad un tir carico di mandarini che dal sud della Spagna deve raggiungere il nostro nord Italia, possiamo calcolarlo facilmente con Google Maps: percorrerà circa 1380 km consumando all’incirca 1 litro di gasolio ogni 3 km. Sono 460 litri di gasolio che hanno prodotto Co2, hanno consumato pneumatici, hanno reso le strade rumorose e trafficate, tutto perchè noi potessimo avere il mandarino a luglio. Il viaggio è lungo e il frutto deve essere presentabile quando arriva a destinazione: sarà stato raccolto ancora acerbo e sarà maturato nella cassette perdendo così non solo parte del suo sapore, ma anche dele caratteristiche organolettiche date dalla amturazione naturale. Forse sarebbe stato meglio rinunciarci?

Evitare di contribuire a questo sistema si può, con alcune piccole attenzioni. La legge italiana obbliga i produttori a scrivere sull’etichetta di frutta e verdura tre informazioni: varietà, categoria e origine del prodotto. Se non vengono dall’Italia è meglio lasciar stare, ci sono sicuramente prodotti di stagione che hanno consumato meno risorse per arrivare fino al bancone del supermercato. Sul web sono diversi i siti che propongono tabelle con indicati i prodotti per ogni stagione, così da scegliere sempre secondo i ritmi della natura e non del mercato ( http://www.federconsumatori-torino.it/index.jsp?ixPageId=360&ixMenuId=109, per esempio). Altra soluzione è cercare i prodotti tipici della propria zona: ci sono sicuramente piccoli produttori diretti da cui rifornirsi senza passare per le grandi catene, magari attraverso i Gruppi di Acquisto Solidale (http://www.retegas.org/ ).

Andare a fare la spesa al mercato sotto casa è una buona soluzione, spesso sono gestiti da coltivatori diretti da cui si possono avere tutte le informazioni sui prodotti esposti. Attenzione però, anche il mercato rionale può non essere del tutto trasparente. Il rapporto 2013 del Movimento per la Difesa del Cittadino segnala che le irregolarità sull’etichettatura dei prodotti nei mercati rionali sono in aumento. Su 307 banchi visitati in Basilicata, Campania, Calabria, Lazio, Marche, Toscana e Veneto solo il 22% espone tutte le informazioni previste dalla legge, mentre l’anno passato la percentuale era del 24%. Il rischio è di comprare prodotti importati spacciati per locali o generici etichettati come biologici o ancora merce comune spacciata per DOC o DOP.

Le autostrade per biciclette salveranno il Nord Europa?

autostrade bici

Sono vere e proprie “autostrade” le piste ciclabili che si snodano per le campagne, ma soprattutto all’interno di grandi città del Nord Europa. Il progetto attivo dall’aprile 2012 a Copenaghen è solo uno dei tanti nati in Danimarca, ma anche in Germania, Svezia e Regno Unito.

Proprio nella capitale danese è in progetto l’apertura di 28 nuove piste, finalizzate al traffico dei pendolari, che sempre più desiderano spostarsi in bicicletta, sia per vantaggi economici, che di salute. La virtuosità dell’esempio danese sta anche nell’amministrazione economica delle risorse: i soldi risparmiati in spese sanitarie (stimati in 40 milioni di euro l’anno) saranno solo in parte reinvestiti per la costruzione di nuove infrastrutture ciclabili. Un circolo virtuoso.

Con aree di servizio disposte ogni 1.5 km, queste speciali piste non sono carreggiate per automobili “riciclate”, ma sono concepite appositamente per le biciclette, secondo norme di sicurezza, ottimizzazione delle traiettorie e degli incroci, manutenzione durante le varie stagioni.

L’augurio è sicuramente quello che il trasporto ciclabile aumenti in tutte le regioni d’Europa, e di non farsi scoraggiare dalle caratteristiche di territori apparentemente non predisposti, o dalla nostra pigrizia a faticare.

Il guadagno sarà notevole: economico, in salute e in aria più pulita.

Fotografie: Cykelsuperstier

Fonte: http://www.ecoblog.it/post/62077/le-autostrade-per-biciclette-salveranno-leconomia-nel-nord-europa

 

Crisi economica/crisi ambientale: dove stiamo andando?

fo_20042013_DSC0017

Sabato 20 aprile al Centro Polivalente di Cantalupa si è svolto il primo appuntamento del ciclo “Uno Sguardo al Futuro”.

I relatori, il Prof. Angelo Tartaglia e il Prof. Roberto Burlando, hanno saputo presentare una panoramica della situazione attuale in campo economico e ambientale del mondo in cui tutti noi stiamo vivendo.

Angelo Tartaglia ha presentato i dogmi della dottrina ufficiale vigente, che ha portato alla saturazione la società occidentale oggi: l’aumento del tasso d’aspettativa di vita ha provocato l’aumento di consumo di risorse ambientali, di beni e la produzione di rifiuti; il mito della crescita ha portato nazioni intere a costituirsi come massa di consumatori più che cittadini, persuasi che se aumentano i consumi, aumenta di conseguenza la ricchezza globale.
Purtroppo però nella realtà vigono leggi fisiche che non mentono: ad un certo punto ciò che era nato e lentamente si era sviluppato per poi raggiungere un picco, giunge ad un punto di non ritorno: la saturazione.
Questo è l’humus in cui ci stiamo muovendo. Il mondo di fronte alla saturazione vive crisi finanziarie indotte dallo stesso sistema e la tanto sperata ricchezza diventa un miraggio di fronte ai sacrifici che il cittadino deve sopportare, economicamente, nel quotidiano, ma anche a livello ambientale.
Il mito della crescita va abbattuto, subito, per riportare il mondo alla realtà dei fatti e per riconquistare un sano stile di vita in tutti gli ambiti e magari salvare anche l’unico pianeta che abbiamo a disposizione.

Roberto Burlando, trattando l’ambito economico, ha offerto una visione delle ragioni e delle cause che hanno a poco a poco trasformato l’Occidente di quest’epoca in quella fabbrica di disagi e rifiuti di ogni sorta. Si è trattato di economia, che non è di per sé negativamente connotata: nata come strumento utile alla gestione della vita e della circolazione di beni e ricchezze, solo successivamente ha preso una piega indesiderata, agguantando la nostra quotidianità.

Anche l’interesse per l’ambiente di questi ultimi anni è nato da preoccupazioni economiche.
Emerge da studi autorevoli britannici (Commissione Stern 2007, su richiesta del parlamento inglese) che il non agire nei confronti della salvaguardia dell’ambiente verrebbe a costare il 5% del PIL nazionale inglese, mentre l’agire sarebbe conveniente economicamente, costando soltanto l’1% dello stesso PIL.
Sembrerebbe essere quindi persino una scelta economicamente vincente e per questo valutata positivamente dalla società. Il cambiamento climatico stesso è stato decretato il più grosso fallimento di mercato che il mondo abbia mai conosciuto!
Per rettificare la situazione ambientale attuale però occorrerebbero una folta serie di interventi distaccati dalla crescita economica: aumento del costo degli idrocarburi, sostegno alle iniziative energy-saving e rimozione delle barriere all’efficenza energetica con formazione ai cittadini e promozione di azioni concrete sul territorio. Nonostante vi sia disponibilità di strumenti, mezzi economici e menti illuminate, nella maggior parte dei casi si trovano ostacoli a procedere in un percorso di rieducazione “ecologica”. Gli esperti stessi faticano a trovare un accordo tra loro. Non tutti però sono ancorati ad un sistema obsoleto di pensare al mondo: vi sono possibilità di cambiamento. Premi Nobel e mediatori di alto livello possono far nascere nuove prospettive per tornare sulla “retta via”. Sono chiamati a contribuire però anche e soprattutto i singoli cittadini del mondo. Siamo chiamati tutti. Già a partire dal nostro quotidiano.

Nel corso della serata, il dialogo tra gli esperti ed il pubblico ha sottolineato proprio questo monito: il ripartire dal proprio piccolo, nel proprio territorio, perché l’effetto si radichi in tutta la nostra società. Alcuni spettatori hanno condiviso le loro scelte, la loro esperienza nella vita quotidiana e hanno affrontato con i relatori i limiti che la cittadinanza attiva affronta nel vivere più o meno radicalmente strade di ecologia e rispetto dell’ambiente, scelte etiche nell’ambito economico e politico.

Come momento di condivisione e di apertura al mondo di oggi, la conferenza ha prodotto frutti.

Attendiamo ora con interesse il nuovo incontro che si terrà il 1 giugno, sempre con apertura al pubblico e all’opportunità di scambio di opinioni tra esperti e cittadini: “Risorse energetiche, minerali, agricole: stanno diventando scarse? Come gestirle?”. Saranno ospiti come relatori il Prof. Ugo Bardi, il Prof. Angelo Tartaglia e il Prof. Sergio Ulgiati.

Vivere in un’economia di mercato non è molto diverso dal parlare in prosa. Non è facile farne a meno, ma molto dipende da quale prosa scegliamo di usare.

Amartya Sen

PROGETTO CANOPY: 10 milioni di alberi sotto casa

earth_day_giornata_mondiale_della_terra

Oggi, 22 aprile è la Giornata della Terra: nata nel 1970 e celebrata dalle Nazioni Unite coinvolgendo ad oggi 175 paesi, vuole sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali del nostro pianeta. Ecco un’interessante iniziativa proposta dall’Earth Day Network.

Earth Day Network, organizzazione internazionale con la missione di proteggere l’ambiente per l’umanità, ha sviluppato il “Canopy Project”. Si tratta di una sfida: piantare 10 milioni di alberi in 5 anni, per recuperare le perdite di questo ultimo periodo di deforestazione in alcune zone del mondo e per aiutare le comunità più povere del pianeta sostenendo anche le loro forme di economia locale. Gli alberi possono ribaltare l’impatto del degrado ambientale a lungo termine e fornire cibo sano, energia e dare inizio ad una nuova educazione alla cura dell’ambiente per una vita umana sostenibile, Filtrano l’aria e aiutano a sopportare meglio e spesso a ridurre le problematiche derivanti dal cambiamento climatico in atto.

Con la continua minaccia di erosione dei territori a causa di violenti nubifragi ormai abituali e sempre più frequenti fenomeni metereologici devastanti, gli alberi possono assicurare una protezione molto importante in alcune zone del mondo già raggiunte dal progetto. Ecco perché, proprio quest’anno, l’Earth Day Network ha instaurato rapporti con il Global Poverty Project proponendo proprio il “Canopy Project”, per proporre di piantare 10 milioni di alberi nell’intervallo del prossimi 5 anni nelle zone più adatte del terzo mondo.

Nei tre anni passati il Canopy Project con il vecchio obiettivo, ha raggiunto la cifra di 1.5 milioni di alberi piantati in 18 paesi del mondo. Ad Haiti, nonostante la devastazione dovuta al terremoto le associazioni che hanno partecipato al progetto hanno piantato 500.000 alberi su tutta l’isola. Anche tre distretti ad alto tasso di povertà in Uganda hanno ricevuto 350.000 alberi da frutto per far sviluppare la microeconomia di condivisione nella zona, provvedendo a generare energia verde, sostanze derivate in ecocarburanti e di protezione del territorio, non desertificato grazie alle piantagioni.

Il progetto è sostenuto da donazioni di privati e di agenzie e sponsors ed in partnership con organizazzioni no-profit nelle varie zone di azione. L’Earth Day Network collabora inoltre con il Programma Ambientale ”Billions Trees Campaign” delle Nazioni Unite. Ogni albero piantato è registrato e valutato attraverso un organismo apposito, “A Billion Acts of Green®“, movimento internazionale per la protezione dell’ambiente e per il futuro ecosostenibile.

Forum Futuro ai blocchi di partenza. Quale economia per quale futuro?

Far ripartire la crescita, rilanciare i consumi, far «girare» di nuovo l’economia. I mantra post-moderni di un occidente in crisi. Sui media e nei forum economici si parla di «uscita dalla crisi» riproponendo la crescita come unica ancora di salvezza e la ripresa della produzione come panacea per una società in crisi d’identità. Purtroppo gli effetti del dogma della crescita sono sotto gli occhi di tutti, per quanto sia facile girare la testa o cambiare canale per non vedere: cambiamenti climatici, allargamento della forbice tra nord e sud del mondo e tra ricchi e poveri nelle nostre città, guerre per il controllo delle risorse. Siamo sicuri che sia questa l’unica strada percorribile? Chi ha deciso che il futuro del mondo debba essere questo?
Ne discutono sabato 20 aprile Enrico Burlando e Angelo Tartaglia nella prima serata di «Forum Futuro» dedicata a «Crisi economica/crisi ambientale. Dove stiamo andando?».

Viviamo in un mondo di risorse che crediamo infinite. Proprio come i bambini che rimandano l’inizio dei compiti delle vacanze fino all’ultimo, per ricordarsene il giorno prima dell’inizio della scuola e cercare la sera prima di salvare almeno la faccia. L’inizio della scuola non ha per noi una data precisa ma è fatto di tanti segnali che la terra sta lanciando: le risorse naturali con cui sono fatte le cose che mangiamo, usiamo e con cui ci vestiamo sono irrimediabilmente limitate. Abbiamo un solo pianeta da dividerci, è tempo di accettarlo e comportarsi di conseguenza.
Dalla seconda rivoluzione industriale l’occidente ha creduto di poter aumentare la produzione di beni indefinitamente, e così è stato in effetti fino all’inizio del XXI secolo. Gli elettrodomestici dal boom degli anni ’60, le griffe americane, i fast food, le tecnologie sono beni che i nonni dei nostri nonni non si sarebbero immaginati e che oggi viviamo come protesi dei nostri corpi. Ciò di cui ancora non siamo consapevoli è che c’è chi sta pagando per la nostra opulenza: l’ambiente per primo sta vivendo un impoverimento che per certi versi ha già superato la soglia dell’irreversibilità. Stiamo per raggiungere il fondo del barile dopo esserci ingozzati per decenni convinti che la pacchia non sarebbe mai finita. La dimensione realmente globale raggiunta dall’economia e dalle comunicazioni ci obbliga a tenere conto di quel «dark side» della produzione fatto di sfruttamento umano e ambientale, del peso sull’intero pianeta che hanno i nostri comportamenti quotidiani (non vi siete mai chiesti come sia possibile pagare pochi euro per della frutta che ha viaggiato per migliaia di chilometri?). È di questi giorni la notizia che l’Australia stia lavorando per riconoscere legalmente lo status di «rifugiato ambientale» per coloro che sono costraetti ad emigrare a causa dei drammatici mutamenti climatici (http://www.guardian.co.uk/environment/2013/apr/16/australia-climate-change-refugee-status ).
È dunque ragionevole credere che un sistema a crescita indefinita non sia più sostenibile. La grande sfida sta nel pensare un’economia nuova, che tenti di reinventarsi per la stabilità, come il sistema-terra che mantiene da sè l’equilibrio tra produzione e rigenerazione delle risorse.

I 5 “Ecocrimini” quotidiani

cibo buttato

Continuiamo la nostra riflessione sui comportamenti sostenibili nella quotidianità.

Ogni giorno, quasi senza accorgercene, molti di noi sono responsabili di alcuni “Ecocrimini”.

Il caffè: Ogni espresso è responsabile di 125 grammi di anidride carbonica. Il caffè solubile riduce le emissioni a 80 grammi. Mediamente l’italiano beve 5 espressi al giorno: in un anno si genera per produrli una quantità di CO2 equivalente ad un volo Roma-Londra.
Consigli? Rinunciare ad un espresso al giorno comporterebbe un risparmio del 16%.

vestiti e la moda. Ogni anno un milione di tonnellate di vestiti semi-nuovi vengono buttati a causa delle mode, e della nostra voglia di cambiare frequentemente abiti. Ma per ogni chilo di cotone vergine si producono 33 chili di CO2, quantità che sale molto per i tessuti sintetici: gli abiti usati possono quindi far risparmiare tonnellate di gas serra.
Consigli? Investiamo in qualità e compriamo capi che durino nel tempo. Scegliamo abiti in cotone biologico o in tessuto riciclato.

La lavatrice. Si stima che solo il 7,5 % dei vestiti che viene lavato sia realmente sporco e che ogni famiglia con 5 lavatrici in media a settimana produca mezza tonnellata di CO2.
Consigli? Utilizziamo detergenti naturali ed ecobio. Lasciamo gli abiti a prendere aria sul balcone: spesso non sono sporchi, ma hanno solo bisogno di essere rinfrescati.

Lo scandalo del cibo buttato, il più diffuso. Arriviamo a buttarne anche il 30% di alcuni alimenti. Si calcola che in Italia lo spreco di alimenti costi 560€ a famiglia e anche gettando i cibi si aumentano i rifiuti e i costi di gestione dello smaltimento.
Consigli? Puntare quando è possibile ad un orto domestico, evitare cibi con imballaggi e condividere acquisti intelligenti con la rete dei G.A.S..

Alla toilette. La produzione di carta igienica riciclata comporta, rispetto a quella nuova un risparmio di 30 litri di acqua e di 3 kilowattora di elettricità per ogni rotolo, e di quasi 2 tonnellate di CO2 per ogni chilo di carta prodotta.
Consigli? Anche se è un po’ più ruvida, utilizziamo la carta riciclata!

Fonte: http://www.yeslife.it/2003-i-5-piu-comuni-eco-crimini-quotidiani

Le abitudini ecologiche più diffuse tra gli italiani

risparmio-energetico1

Donne tra i 35 e 54 anni, generalmente del Nord Italia e diplomate: sono le protagoniste dell’attenzione quotidiana all’ambiente in Italia. In minor numero gli uomini e gli abitanti delle restanti regioni.
E’ questo il contesto rilevato da una recente analisi statistica della Fondazione Impresa, che segnala, nel nostro paese, un’alta percentuale di popolazione attiva in pratiche ecologiche.

L’indagine, svolta su un campione di 600 individui, evidenzia che solo una scarsa minoranza degli intervistati non crede di poter incidere positivamente sull’ambiente adottando specifici comportamenti nella propria vita quotidiana.
Ma quali sono le pratiche ecologiche più gettonate dai cittadini virtuosi italiani? Il 96,7% dei cittadini sceglie le lampadine a basso consumo, il 93,7% sta molto attento a non sprecare acqua, il 90,7% effettua regolarmente la raccolta differenziata, l’89,3% compra cibi biologici, a Km 0 o di stagione, l’80,0% utilizza in modo oculato impianto di riscaldamento e condizionatore.
Abitudini meno diffuse, ma comunque in aumento, sono invece l’utilizzo dei trasporti pubblici o della bicicletta (scelti dal 65,4% del campione), l’uso del car sharing (39,4%) e l’acquisto di prodotti sfusi (35,4%).

Lo studio evidenzia però la diffusione di buone intenzioni sul fronte delle pratiche “green” anche per chi è eco-cittadino in erba: chi oggi non è ancora un cittadino eco-friendly asserisce di volersi impegnare fin da subito ad evitare alcuni atteggiamenti quotidiani che producono conseguenze negative sull’ambiente, scegliendo di utilizzare i mezzi pubblici al posto dell’automobile privata, iniziando la raccolta differenziata se non la praticava già prima dell’intervista, cercando di acquistare beni provenienti da mercati equosolidali e cibi sfusi.
Adottando un migliore stile di vita si guadagna in salute e anche in risparmio: utilizzare al meglio e con parsimonia gas, energia elettrica e acqua, e creare strategie per migliorare la quotidianità (non soltanto domestica) darà sicuramente risultati convincenti che incentiveranno nel progetto di una vita eco-sostenibile.

Fonte: http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/07/Comunicato-stampa-e-tabelle

La Terra non si governa con l’economia, le leggi di natura prevalgono sulle leggi dell’uomo

La necessità di raggiungere un’efficace salvaguardia dei beni planetari è urgente. Via via che procediamo nell’Antropocene, rischiamo di spingere il Sistema Terra su una traiettoria che condurrà a condizioni più ostili dalle quali non sarà facile rientrare.

STEFFEN W., et. al, Ambio, 2011

La crisi economica iniziata nel 2008 sottende molti altri segnali di fragilità connessi con:

  • esaurimento delle risorse petrolifere e minerarie di facile estrazione
  • riscaldamento globale, eventi climatici estremi
  • pressione insostenibile sulle risorse naturali, foreste, suolo coltivabile, pesca oceanica
  • instabilità della produzione alimentare globale
  • aumento popolazione (oggi 7 miliardi, 9 nel 2050)
  • perdita di biodiversità – desertificazione
  • distruzione di suolo fertile
  • aumento del livello oceanico e acidificazione delle acque
  • squilibri nel ciclo dell’azoto e del fosforo
  • accumulo di rifiuti tossici e inquinamento persistente dell’aria, delle acque e dei suoli con conseguenze sanitarie per l’Uomo e altre specie viventi
  • difficoltà approvvigionamento acqua potabile in molte regioni del mondo

La comunità scientifica internazionale negli ultimi vent’anni ha compiuto enormi progressi nell’analizzare questi elementi.

Milioni* di articoli rigorosi, avallati da accademie scientifiche internazionali, una su tutte l’International Council for Science, nonché numerosi programmi di ricerca nazionali e internazionali, mostrano la criticità della situazione globale e l’urgente necessità di un cambio di paradigma.

Il dominio culturale delle vecchie idee della crescita economica materiale, dell’aumento del Prodotto Interno Lordo delle Nazioni, della competitività e dell’accrescimento dei consumi persiste nei programmi dei governi come unica via d’uscita di questa crisi epocale. Queste strade sono irrealizzabili a causa dei limiti fisici planetari. Una regola di natura vuole che ad ogni crescita corrisponda una decrescita. La crescita economica, con i paradigmi attuali, segna la decrescita della naturalità del pianeta. I costi economici di queste scelte sono immani e le risorse finanziarie degli stati sono insufficienti a sostenerli.

L’analisi dei problemi inerenti alla realtà fisica del mondo viene continuamente rimossa o minimizzata, rendendo vano l’enorme accumulo di sapere scientifico che potrebbe contribuire alla soluzione di problemi tuttavia sempre più complessi e irreversibili al trascorrere del tempo.

Chiediamo pertanto al mondo dell’informazione di rompere la cortina di indifferenza che impedisce un approfondito dibattito sulla più grande sfida della storia dell’Umanità: la sostenibilità ambientale, estremamente marginale nelle politiche nazionali degli ultimi 20 anni e ad oggi assente dalla campagna elettorale in corso.

Non si dia per scontato che il pensiero unico degli economisti ortodossi sia corretto per definizione. Si apra un confronto rigoroso e documentato con tutte le discipline che riguardano i fattori fondamentali che consentono la vita sulla Terra – i flussi di energia e di materia – e non soltanto i flussi di denaro che rappresentano una sovrastruttura culturale dell’Umanità ormai completamente disconnessa dalla realtà fisico-chimica-biologica.
E’ quest’ultimo complesso di leggi naturali che governa insindacabilmente il pianeta da 4,5 miliardi di anni: non è disponibile a negoziati e non attende le lente decisioni umane.

(*) Si ottiene con una semplice ricerca web di articoli scientifici sul tema Global Change.

Bibliografia essenziale:
PAUL R. EHRLICH, ANNE H. EHRLICH, 2013 – Can a collapse of global civilization be avoided? Proceedings of The Royal Society B, 280, 1754, http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/280/1754/20122845.abstract.html?cpetoc

Gennaio 2013

Primi firmatari:

FERDINANDO BOERO, docente di Zoologia e Biologia Marina all’Università del Salento e associato all’Istituto di Scienze Marine del CNR.
DANILO MAINARDI, professore emerito di ecologia comportamentale, università di Ca’Foscari, Venezia
ANDREA MASULLO – Docente di Fondamenti di Economia Sostenibile all’Università di Camerino
LUCA MERCALLI – Presidente Società Meteorologica Italiana e docente SSST Università di Torino
ANGELO TARTAGLIA, docente al Politecnico di Torino, Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia
ROBERTO DANOVARO, professore di ecologia, Università Politecnica delle Marche, Presidente della Società Italiana di Ecologia

Seguono altre 458 adesioni di universitari e scienziati degli enti di ricerca.

Siamo parte di un grande universo in evoluzione

Siamo parte di un grande universo in evoluzione. Le forze della natura fanno dell’esistenza un’avventura impegnativa e incerta, ma la Terra ha fornito le condizioni essenziali per l’evoluzione della vita. “La resistenza della comunità degli esseri viventi e il benessere dell’umanità dipendono dalla preservazione della salute della biosfera, con tutti i suoi sistemi ecologici, da una ricca varietà vegetale e animale, dalla fertilità del suolo, dalla purezza dell’aria e delle acque. L’ambiente globale, con le sue risorse finite, è una preoccupazione comune di tutti i popoli. Tutelare la vitalità, la diversità e la bellezza della Terra è un impegno sacro”. Così afferma la Carta della Terra, ricordandoci però che siamo ad una svolta critica nella storia del Pianeta, in un momento in cui dobbiamo scegliere attentamente il nostro futuro. Serve muoversi in breve tempo verso un società sostenibile a livello globale, fondata sul rispetto per la natura e sulla giusta etica economica, dove i cittadini sono responsabili gli uni degli altri, collaborando.

La vita quotidiana di una grande fetta di umanità sulla Terra sta provocando su larga scala devastazioni ambientali, esaurimento delle risorse e pericoli per le specie viventi. Saremo presto in situazione di disagio. I principi della termodinamica sono chiari: qualsiasi crescita materiale non può durare indefinitamente in un ambiente limitato; ciononostante economia e politica dicono che la crescita, invariabilmente materiale, è indispensabile o quanto meno inevitabile. Questa posizione si basa sull’assunto di trovarsi in un ambiente infinito, illusione che ormai è palesemente smascherata dalla dimensione globale dell’economia e del sistema delle relazioni umane.

Catastrofe dunque? Forse c’è una via d’uscita. Meglio dunque aprire gli occhi su alcune strade percorribili per salvaguardare la nostra quotidianità e il benessere del nostro ambiente, e guadagnare in qualità della vita.

Forum Futuro nasce per informare, rendere note le questioni attuali riguardanti l’ecologia, l’economia etica e le nuove strade che si sono aperte e rese disponibili in questo campo, le tecnologie che possono aiutarci a coltivare uno stile di vita più solidale con l’ambiente e per consolidare le opportunità di agire come cittadinanza attiva, non solo attraverso conferenze e dibattiti scientifici ad elevata accessibilità, ma anche apportando contributi pratici per il territorio.